PRIVILEGI, FAVORI, CORRUZIONE
L’opacità del potere
Negli ultimi tempi è intervenuto un cambiamento importante sia nelle «auto blu» cosiddette «di servizio » — che poi peraltro sono quasi sempre nere — sia, più in generale, nelle auto adoperate dagli italiani che contano (dalle maestose berline di rappresentanza ai Suv c a f o n i s s i m i d a weekend): sempre più spesso queste auto hanno i vetri dei finestrini oscurati. La metafora è inevitabile: il potere nostrano ama l’opacità, accompagnata, anche in questo caso, dal privilegio: poter vedere senza essere visti. Un piccolo e normale privilegio stavolta, alla portata di tutti, ma che comunque allude alla dimensione dell’opacità, consustanziale a quella del potere italiano: la sua mancanza di pubblicità è, infatti, la garanzia maggiore del mantenimento del privilegio. Non è il desiderio di arricchire, non è il basso desiderio di impadronirsi di beni e ricchezze, l’anima vera della corruzione italiana, il suo principale movente. Psicologicamente credo che sia qualcosa di diverso: è il privilegio, l’ambizione innanzitutto di distinguersi, di appartenere al gruppo di coloro per cui non valgono le regole che valgono per tutti. A cominciare da quella regola suprema che è la legge.
Si ruba, si viola il codice penale, convinti che tanto a noi non toccheranno le conseguenze che invece toccherebbero a un comune mortale. Convinti che in un certo senso ciò che si sta commettendo non è neppure più un reato dal momento che siamo noi a commetterlo, e dal momento che noi facciamo parte di un gruppo a parte, il gruppo dei privilegiati, appunto. Dietro l’ormai leggendaria impudenza dell’ex ministro Scajola—leggendaria innanzitutto per la sua goffaggine («devo appurare chi è stato a pagare per l’acquisto della mia casa»)—cosa c’è infatti se non un’idea di privilegio talmente introiettata da essersi mutata in una presunzione d’impunità, pronta a prendere addirittura la forma della distrazione? Antica società di ceti, dominata da una forte rigidità gerarchica, la società italiana si è abituata a considerare il privilegio l’unico contenuto effettivo del rango. Essere qualcuno significa, in Italia, innanzitutto stare al di sopra della massa. E nella Penisola tutti — giornalisti, tassisti, parlamentari, membri di tutti gli ordini professionali, magistrati—tutti vogliono essere al di sopra degli altri, titolari di qualche privilegio: essere esentati da qualche obbligo; avere delle riduzioni; degli sconti o come minimo dei biglietti omaggio; rientrare in un «numero chiuso»; fruire di un’ope legis; godere di un trattamento speciale; magari di una cassa mutua riservata. Ma il massimo del privilegio, la consacrazione del vero privilegiato, sta altrove.
Sta nella possibilità di chiedere «favori», e naturalmente di ottenerli. Ed egualmente lì sta la dimostrazione indiscutibile del rango. Infatti si possono chiedere favori solo se si «conosce » (fornitori, nomi importanti, persone in posti chiave), e naturalmente si «conosce» solo se a propria volta si è «conosciuti », cioè se si è qualcuno. Non si capisce nulla delle ragioni e della profondità inaudita del narcisismo dilagante in Italia, specie tra i giovani, non si capisce la conseguente, universale, spasmodica voglia di apparizioni e di carriere in tv, se non si tiene a mente il privilegio di «conoscenze»—e dunque di favori, di accessi di ogni tipo—che da noi si attribuisce all’essere «conosciuti». Se «si va» in televisione ci si fa «conoscere», e per chi è «conosciuto» nulla è impossibile. Sulla scena italiana, intorno alla grande arena del privilegio, opacità e riservatezza da un lato, e narcisismo ed esibizionismo dall’altro, s’intrecciano contraddittoriamente: nel primo caso per difenderla, nel secondo per entrarvi. Da tempo però la scena è furiosamente animata da un altro protagonista: l’intercettazione telefonica. Questa, e la sua divulgazione,(così come la divulgazione degli stipendi e delle case) sono diventate la grande speranza, l’estrema risorsa della massa dei non privilegiati. Lo sa bene chi ha il potere di usarne— magistratura e stampa—e che proprio per questo ne fa l’uso così ampio che sappiamo.
Grazie all’intercettazione telefonica si rompe finalmente l’opacità del grande privilegio sociale, quello dei politici e dei ricchi innanzitutto, e l’aura di riservatezza di cui esso si nutre. Finalmente i discorsi dei potenti sono squadernati nella loro volgare quotidianità, nei loro desiderata, perlopiù inconfessabili, nei loro intrighi, ed esposti una buona volta al giudizio dei più. Nella sua versione italiana l’intercettazione telefonica diventa così la vendetta della plebe sull’oligarchia, la rivalsa della demagogia sulla democrazia. È lo sputtanamento, come è stato esattissimamente detto: lo sputtanamento demagogico, appunto, opposto alla pubblicità democratica. Una forma di giustizia violenta ed elementare, senza appello e senza garanzia alcuna. Una specie di linciaggio incruento. Ciò che è terribile è che la maggior parte di coloro che vivono in questo Paese pensi che sia questa, oggi, la sola forma di giustizia possibile. Ed ancora più terribile è che, probabilmente, hanno pure ragione.
di Ernesto Galli Della Loggia
Raito Salus Infirmorum. Era scritto " salute degli infermi" alla rampa lassù che ti cercava, paese di dolcezza per gli inverni, un paese così come si dava fosse in quel tempo con la vita uguale alla vita, al suo mietere lontano. Giusto per l'ombra il sole, giusto il male per dar tempo alla morte, sul divano di seta d'oro impallidiva il biondo scozzese pettinando eternamente la moglie innamorata, il volto tondo in quella dolce eternità del niente.
6/19/2010
6/14/2010
6/08/2010
La vecchia (e cattiva) politica e la nuova (e buona) politica

Anche se con diverse sfumature, sono queste le posizioni sull’asse destra-sinistra tradizionalmente presenti nella vecchia politica.
Il problema nasce dal fatto che vi sono argomenti e dati per sostenere entrambi i casi e quindi si pone il problema di quale sia la strategia migliore?
La vecchia (e cattiva) politica fa fatica a trovare una soluzione perche’ si basa su una mentalita’ che e’ mono-causale. Per un problema esiste una causa e basta. Sfortunatamente, sono pochissimi in fenomeni sociali che hanno una sola causa. Viviamo in un mondo dove vi e’ una enorme interazione di cause.
La nuova (e buona politica) dovrebbe riconoscere questo e dialogare con chi puo’ aiutarla a comprendere meglio questa complessita’ , vale a dire le scienze sociali (proprie).
Quando questo dialogo manca, sono due le tendenze che solitamente emergono: una tendenza a semplificare ed a diventare mono-causali; una tendenza a basare le proprie opinioni solo su altre opinioni.
In Italia, inutile dirlo, quasi sempre siamo ancora la vecchia (e cattiva) politica.
6/05/2010
I Giovani Amministratori Italiani.
È stato presentato a Taormina, in occasione della II Conferenza Programmatica Nazionale di Anci Giovane, il nuovo Rapporto Cittalia sui giovani amministratori italiani.

In un Paese sfiduciato e stanco, che merita di vedersi restituite opportunità e speranze, 23mila giovani amministratori costituiscono un punto di riferimento oggettivo per le proprie comunità e simbolico per tutti i cittadini italiani. Il loro impegno e la loro volontà di cambiare le regole, fanno si che diventino per i loro coetanei, troppo spesso distanti dalla politica e dalle istituzioni, fonte di emulazione e ispirazione per accelerare il processo di rinnovamento.
Il forte radicamento degli under 35 nelle amministrazioni comunali è testimoniato dalla presenza di 23.146 giovani presenti nell’80% dei comuni italiani e rappresentano il 18,8% del totale degli amministratori comunali (contro appena il 9% delle Province e il 2% delle Regioni).Gli under 35 che ricoprono le cariche di consigliere e assessore sono poco meno di un quinto del totale nazionale degli amministratori comunali e, se è vero che si concentrano nelle realtà di minore dimensione demografica, è anche vero che rappresentano un fenomeno in crescita costante e che sono presenti, seppure in numero più contenuto, anche nei comuni di dimensione maggiore.
Degli oltre 23mila giovani amministratori, 381 sono stati eletti alla carica di sindaco, pari all’1,6% del totale; 57 di questi, ovvero il 15% del totale dei giovani sindaci, sono donne. E sono proprio le donne a far registrare i livelli di istruzione più elevati: circa il 45% delle giovani
amministratrici è in possesso di una laurea, contro il 30% degli uomini.
Il Rapporto 2010 sui giovani amministratori, realizzato da Cittalia con la collaborazione di ANCI Giovane, si compone quindi di tante istantanee: una prima parte con dati aggregati nazionali e 20 approfondimenti regionali.
da:Cittalia
6/03/2010
La Partecipazione Costruttiva

Arcangelo Di Gianni.
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